Marco Gaudino, flautista e insegnante napoletano, si è guadagnato negli anni una reputazione non convenzionale nel panorama flautistico europeo per l’approccio interdisciplinare, fisiologico e metodologico alla tecnica del flauto traverso e degli strumenti a fiato.
Docente di flauto nelle scuole italiane, autore di pubblicazioni come Nuova ipotesi sulla produzione del suono nel flauto traverso, Suono Pensando, Nel respiro degli strumenti a fiato, Gaudino propone un modello in cui la produzione del suono è interpretata non solo come gesto tecnico, ma come fenomeno che coinvolge respirazione, muscoli laringei e comportamento aerodinamico del corpo umano.
1. Approccio fisiologico vs didattica tradizionale
Una delle primarie fratture riguarda la differenza di paradigma tra la didattica flautistica tradizionale e l’approccio fisiologico-scientifico di Gaudino. La maggior parte dei metodi storici di tecnica flautistica si concentra su aspetti empirici: respirazione, impostazione dell’embouchure, gestione del fiato e qualità del timbro, ma quasi sempre senza un vero e proprio inquadramento fisiologico dettagliato. Gaudino ha invece lavorato sui ruoli e sui comportamenti delle corde vocali e delle strutture anatomiche nel generare suono nel flauto — un tema che, seppure affascinante, è spesso giudicato come troppo “accademico” o distante dall’insegnamento quotidiano.
Molti insegnanti e performer si riconoscono ancora in un modello di apprendimento basato sulla tradizione orale e sull’imitazione di maestri piuttosto che su una spiegazione scientifica di ciò che accade nell’apparato vocale e respiratorio durante l’emissione del suono.
2. Conservatorismo culturale e resistenza al cambiamento
Il mondo del flauto, come molte discipline musicali classiche, è culturalmente conservatore. Le pratiche pedagogiche consolidate, tramandate da decenni nei conservatori e nelle scuole, tendono ad autoreplicarsi piuttosto che ad accogliere nuove prospettive. L’idea di dover ripensare aspetti fondamentali dell’emissione del suono — finora gestiti come “saper fare empirico” — genera spesso scetticismo nei didatti più tradizionalisti, che vedono tali innovazioni come complicazioni inutili o addirittura come minacce alla continuità della tradizione tecnica.
3. Limiti istituzionali alla ricerca musicale
In Italia esiste una generale difficoltà nel riconoscere la ricerca in ambito musicale come attività scientifica compiuta dentro l’università o l’AFAM (Alta Formazione Artistica, Musicale e Coreutica). Gaudino stesso ha espresso il desiderio che le sue ricerche trovino un’istituzionalizzazione più compiuta, anche attraverso dottorati o strutture di ricerca dedicate, per dare legittimità scientifica alle sue ipotesi ed ampliarne il campo di conoscenza— una richiesta che spesso si scontra con le burocrazie accademiche e le mancate sinergie tra mondo musicale e mondo scientifico.
4. Dialettica tra teoria e prassi esecutiva
Un’altra resistenza è di natura pragmatica: molti esecutori ritengono che la performance musicale sia soprattutto questione di esperienza, ascolto e musicalità, piuttosto che di schemi teorici o modelli fisiologici. Per un solista o un insegnante abituato a lavorare “sul suono” in modo intuitivo, l’introduzione di concetti come dinamiche aerodinamiche, controllo dei muscoli laringei e modelli teorici complessi può risultare non solo difficile da tradurre in pratica, ma percepito come “distante” dall’atto performativo.
5. Opportunità e futuro
Nonostante queste resistenze, l’opera di Gaudino non è priva di apprezzamento: numerose riviste specializzate, in Italia e all’estero, hanno pubblicato contributi legati alle sue ricerche e si registra interesse da parte di foniatri e professionisti della salute vocale e respiratoria.
La sfida resta dunque integrare la sua visione scientifica con le esigenze pratiche degli interpreti e degli insegnanti, favorendo un dialogo tra modello fisiologico e tradizione musicale. Solo in questo modo la comunità flautistica potrà superare le resistenze culturali e trasformare le intuizioni di Gaudino in strumenti utili per una nuova generazione di flautisti.
Il flauto non è solo aria
intervista a Marco Gaudino di Yulia Berry, DMA
Yulia Berry: Negli ultimi anni le sue ricerche sulla produzione del suono nel flauto hanno suscitato interesse, ma anche forti resistenze nel mondo flautistico. Se dovesse sintetizzare il nodo del problema, quale sarebbe?
Marco Gaudino: Il nodo è culturale prima ancora che tecnico. Il flauto, come molti strumenti della tradizione classica, è stato per secoli insegnato attraverso modelli imitativi: “fai come faccio io”. Questo approccio ha prodotto grandi risultati artistici, ma ha anche cristallizzato l’idea che interrogarsi scientificamente su come il suono nasce nel corpo sia superfluo, o peggio pericoloso. Io non propongo di negare la tradizione, ma di comprenderla più a fondo.
YB: Una delle critiche che le vengono mosse è quella di “complicare” eccessivamente l’atto musicale. Cosa risponde?
MG: È una critica comprensibile, ma nasce da un equivoco. La complessità non è qualcosa che introduco io: è già presente nel corpo umano. Io cerco solo di descriverla. Ignorare il ruolo delle corde vocali, della laringe, della coordinazione neuromuscolare non rende il gesto più semplice, lo rende solo meno consapevole. La semplicità vera è il risultato di una comprensione profonda, non della rimozione dei problemi.
YB: Il tema delle corde vocali applicato al flauto ha generato particolare diffidenza. Perché, secondo lei?
MG: Perché tocca un tabù. La questione di avere una “gola aperta” quando si suona, viene confuso con le reazioni delle corde vocali al sostegno naturale dell’aria, tra strumento e strumentista durante la produzione del suono e nelle sue tecniche. Parlare di corde vocali addotte, ovvero tese, fa pensare subito al concetto di tensione negativa quando si suona, come se fosse un’invasione di campo. In realtà il corpo è uno solo: che si canti o si suoni, l’apparato respiratorio e laringeo è coinvolto. Negarlo è una semplificazione storica, non una verità fisiologica. La gola chiusa, sia per il canto che per il flauto, nasce dalla tensione dei muscoli costrittori della faringe ed in entrambe le discipline è corretto professarne il rilassamento.
YB: C’è anche chi sostiene che le sue ricerche non abbiano ancora un riconoscimento istituzionale adeguato. Questo pesa?
MG: Pesa, ma non sorprende. In Italia la ricerca musicale fatica ancora a essere considerata ricerca a pieno titolo, soprattutto quando nasce fuori dall’università o dai dottorati. Il paradosso è che spesso sono più interessati medici, foniatri e professionisti della salute vocale che non musicisti. Questo dice molto su quanto il nostro settore sia ancora autoreferenziale.
YB: Lei è anche docente. Come reagiscono gli studenti a questo approccio?
MG: Gli studenti, soprattutto i più giovani, reagiscono molto meglio dei colleghi. Per loro è naturale voler capire cosa accade nel corpo. Notano benefici concreti: meno tensioni, maggiore controllo, una relazione più sana con lo strumento. Il problema non è mai lo studente, ma il sistema che spesso preferisce l’obbedienza metodologica alla curiosità critica.
YB: Secondo lei, dietro alcune resistenze si nascondono anche dinamiche emotive, come l’invidia o la paura di perdere autorevolezza?
MG: Sì, ma non mi piace personalizzare troppo il discorso. Parlerei piuttosto di insicurezza professionale. Quando un modello alternativo mette in discussione ciò che hai insegnato per decenni, la reazione difensiva è umana. Il problema nasce quando questa difesa diventa chiusura ideologica e rifiuto del confronto.
YB: Come immagina il futuro della didattica flautistica?
MG: Lo immagino ibrido. Tradizione, esperienza, ascolto, ma anche fisiologia, neuroscienze, consapevolezza corporea. Il flautista del futuro non sarà meno artista, ma più responsabile del proprio corpo e del proprio suono. Chi pensa che questo tolga poesia alla musica, secondo me confonde il mistero con l’ignoranza.
YB: Se potesse lanciare un messaggio al mondo flautistico che ancora la guarda con sospetto, quale sarebbe?
MG: Direi: non abbiate paura di capire. La conoscenza non distrugge il suono, lo libera. Il flauto non è solo aria che vibra contro un bordo, ma un dialogo profondo tra corpo, pensiero e intenzione musicale. Ignorarlo non ci rende più artisti, solo meno consapevoli.
Uno sguardo al futuro
Da questa riflessione non emerge un dibattito concluso, ma il profilo di un ambito disciplinare che si trova a un punto di svolta. Le resistenze incontrate dal lavoro di Marco Gaudino indicano che la didattica flautistica sta entrando in una fase in cui le certezze consolidate non sono più sufficienti a rispondere alle esigenze pratiche, artistiche e corporee dei musicisti di oggi.
Il crescente interesse manifestato da studenti, professionisti della salute e ricercatori interdisciplinari suggerisce un futuro in cui l’insegnamento del flauto non potrà più rimanere isolato dalle conoscenze scientifiche e fisiologiche più ampie.
La sfida dei prossimi anni sarà quella di creare spazi — educativi, istituzionali e culturali — in cui il dialogo tra tradizione e ricerca possa svilupparsi senza atteggiamenti difensivi. Ciò implica il riconoscimento della ricerca musicale come ambito legittimo di indagine, la promozione di collaborazioni tra musicisti e scienziati e la possibilità per la pedagogia di evolversi alla luce di nuove comprensioni dei processi corporei e della produzione del suono. Un’evoluzione che non richiede l’abbandono del passato, ma una sua rilettura alla luce delle conoscenze contemporanee.
Se affrontato con apertura, questo percorso potrebbe condurre a una nuova generazione di flautisti non solo tecnicamente preparati e musicalmente espressivi, ma anche più consapevoli, resilienti e autonomi nel rapporto con il proprio strumento e con il proprio corpo.
In questa prospettiva, la questione sollevata dal lavoro di Gaudino non è se il mondo del flauto debba cambiare, ma quanto sia pronto a governare consapevolmente questo cambiamento — prima che sia la necessità a imporlo.
