IL Flauto Traverso è uno degli strumenti più conosciuti, studiati, suonati e descritti in ambito didattico e divulgativo. Eppure, nonostante l’ampia bibliografia disponibile, esistono aree fondamentali della pratica flautistica che rimangono sorprendentemente poco trattate.
Mi pregio in questo articolo di affrontare alcuni di questi aspetti omessi e marginali, voglio parlarvi di ciò che il flauto può diventare quando si allontana dalla sua storia e si trasforma in uno strumento nuovo, in cui il suono non è più mezzo, ma evento scatenante e ribellione creativa.
Perché cercare un suono non stabile quando la storia del flauto, legata alla Storia della Musica, prevede un suono stabile e definito?
Fino alla fine del XIX secolo la ricerca del suono perfetto e stabile aveva una funzione espressiva e più il suono era stabile e definito, più era espressivo ed è per questo che tutti gli studi accademici andavano in questa direzione. Con l’avvento della musica del Novecento si rompono gli argini del linguaggio classico: l’espressività passa attraverso espedienti diversi e le richieste espressive delle composizioni iniziano a percorrere una via non giustificata da un pensiero corrente. Si sperimentano idee che non solo si allontanano dal classicismo ma che si proiettano nel futuro, nascono così una serie di tecniche e nuove strade espressive.
Cercherò di offrirvi una panoramica di alcune delle strategie e tecniche, dimostrandovi che esiste un universo di vibrazioni instabili, rumori controllati, silenzi attivi e gesti che sfuggono alla tradizione in cui il flauto smette di cantare e inizia a sussurrare, graffiare, percuotere, stridere.
Parliamo di suoni che non nascono dalle posizioni classiche sulla tastiera, ma dall’attrito, dall’aria frantumata e frammentata, dal corpo dello strumento, dalla voce, dalla lingua utilizzata in modo anomalo, da frequenze che emergono solo in condizioni limite, tecniche ibride mai codificate, interazioni con spazio, micro-movimenti e micro-errori. Tra tutto, troviamo, in questo limbo, i Doppi Suoni, il Frullato, i suoni sporchi, insomma l’instabilità controllata: ciò che per secoli è stato considerato un errore ora diventa linguaggio.
Nei doppi suoni l’intonazione non è più un punto fisso ma una tensione, un campo magnetico in cui le frequenze si sfregano e producono battimenti imprevedibili. Il suono non è quindi, più solo quello che conosciamo ma conflitto, sovrapposizione, materia in movimento.
Non c’è mai fine. Ci sono sempre dei suoni nuovi da immaginare, nuovi sentimenti da sperimentare.
John Coltrane
Nel mondo del flauto moderno esiste una tecnica affascinante che permette di produrre due suoni simultanei, uno generato dallo strumento tramite la diteggiatura e l’aria, l’altro prodotto con la gola o la voce del flautista. Questa pratica, spesso chiamata “voice and flute” è inclusa nelle tecniche estese ed è utilizzata sia nella musica contemporanea che nelle improvvisazioni.
Il flauto produce suono quando il getto d’aria colpisce il bordo dell’imboccatura ma se, mentre soffi intoni una nota con la voce, le vibrazioni delle corde vocali si sommano a quelle dell’aria, certo il suono ottenuto non sarà bello e pulito come quando si esegue una sola nota, avrà al suo interno battimenti e interferenze armoniche, si avrà un effetto multifonico con due sorgenti sonore in sovrapposizione, ma il risultato è davvero, a mio avviso, interessante.
Ecco qualche indicazione. Per cominciare è consigliabile iniziare con note di facile emissione, come quelle gravi Sol, La, Si, Do e creare un suono stabile e ben centrato.
Tenere la posizione dell’imboccatura naturale senza modificare il flusso dell’aria: sostanzialmente il suono deve essere il più possibile rilassato.
A questo punto si produce una nota con la gola come se stessi cantando.
È preferibile usare vocali aperte (“a” o “o”) senza flauto, e cantando una nota comoda, aggiungi il flauto senza cambiare l’intonazione vocale.
Per prima cosa parti da un unisono: stessa nota con flauto e stessa nota con la voce, poi, cantando una nota fissa aggiungi una semplice melodia sul flauto: questo ti aiuterà a sviluppare il controllo.
Via via che acquisisci sicurezza aggiungi nella voce altre note fino ad eseguire due piccoli temi insieme, come si farebbe con due strumenti diversi. Lavora sulla direzionalità e velocità dell’aria per mantenere il doppio suono stabile che non sarà puro ma sarà graffiante per l’incontro delle frequenze generate.
La grande difficoltà sta nella conquista dell’indipendenza cioè eseguire contemporaneamente due linee melodiche chiare.
Questa tecnica richiede più aria del normale quindi non irrigidire la gola.
Questo effetto, “voice and flute” , è usato frequentemente nella musica contemporanea (Berio, Takemitsu, jazz moderno), nell’improvvisazione libera un esempio lo troviamo grazie a Jan Anderson.
Essa può trasformare il flauto in uno strumento polifonico, ampliandone enormemente le possibilità espressive, insomma, un ambito affascinante che ci permette di suonare una nota o più con il flauto e una o più con la gola contemporaneamente: tecnica che unisce strumento e corpo in modo diretto. Richiede pazienza, ascolto e rilassatezza.
“Mi sono reso conto che tutti i suoni possono creare un linguaggio significativo.”
Karlheinz Stockhausen
Un altro piccolo effetto significativo è, a mio avviso, il “Flatterzunge” (in italiano si può dire anche frullato di lingua o frullato di gola). Esso è usata dai flautisti e da altri strumentisti a fiato per ottenere un effetto sonoro vibrante, tremolante o “rullante”, elettrico e ritmico, una specie di “rrrr” continuo mentre si suona una nota. Dunque, esso consiste nel far vibrare la lingua o l’ugola mentre si insuffla l’aria nel flauto simultaneamente alla produzione del suono. Ovviamente, in questo caso, si lavora su un suono alla volta.
Non è solo un effetto timbrico, ma un gesto fisico che rompe la linearità dell’aria in quanto il suono, percosso dalla lingua e dalla gola non canta ma resiste alle spaccature.
Portando questa tecnica all’estremo, nascono territori ancora poco esplorati: frullati instabili che collassano nel rumore, transizioni microscopiche tra tono e non-tono. L’effetto sonoro ottenuto può variare da un frullato molto evidente e rumoroso a un effetto delicato, quasi impercettibile, a seconda di come viene eseguito ed alle esigenze musicali.
Ci sono due modi principali per ottenere il “Flatterzunge”: il primo con la lingua (tecnica “r” arrotata) ed è il metodo più comune.
In linea indicativa puoi posizionare la punta della lingua come se dovessi pronunciare una “R” arrotata in spagnolo o in italiano (tipo “r” di carro). Una volta iniziata la pronuncia della rrrrr avvicinare lo strumento e aggiungere l’aria e suonare note medie Sol, La, Si: le più stabili senza cambiare impostazione delle labbra, continua a soffiare nel flauto mantenendo la vibrazione continua della lingua.
Nei testi musicali è indicato con la sigla “flatt”.
Se non riesci a “rullare” la lingua, puoi ottenere un effetto simile vibrando l’ugola come quando si imita il verso del gatto che fa le fusa o il rumore del gargling.
L’effetto è più profondo e ruvido, ma funziona anche molto bene.
Uno dei primi usi del “Flatterzunge” si trova nel balletto “lo Schiaccianoci” di Piotr Ilic Tchaikovsky e viene usato per descrivere il suono della cascata del fiume. Successivamente viene usato nella musica orchestrale romantica per dare un effetto drammatico o tempestoso. Richard Strauss, nel “Don Quixote” lo usa per imitare il belato veloce delle pecore e Debussy, nel “Prélude à l’après-midi d’un faune” (in alcune interpretazioni moderne) lo usa per creare un effetto sognante.
Nella Musica Contemporanea si usa per effetti timbrici o per imitare suoni naturali (vento, vibrazioni, ecc.) mentre nel Jazz o nella musica moderna per dare un colore più “sporco” o energico a certe frasi. Lo troviamo nella “Sequenza I” per flauto solo di Luciano Berio, una composizione contemporanea piena di tecniche estese, tra cui, appunto, il “Flatterzunge”.
Il suono stesso è dialogo universale e narrazione dell’anima.
John Cage
Produrre due suoni contemporaneamente nel flauto traverso è possibile e si chiama “Multifonia” o “Suoni Multipli”.
Essa è una tecnica estesa, usata soprattutto nella Musica Contemporanea.
Nel flauto che, essendo uno strumento monodico, normalmente produce una sola nota, con la multifonia si possono ottenere due o più suoni contemporaneamente. Questo è possibile usando diteggiature non convenzionali in quanto, queste posizioni anomale aiutano la ricerca degli armonici naturali e non naturali.
Dunque, la tecnica Multifonica si ottiene lavorando su una nota base, con l’ausilio di chiavi non appartenenti alla diteggiatura standard e ricercando attraverso la velocità dell’aria, variazioni di imboccatura e controllo della cavità orale, la creazione in contemporanea di un secondo o terzo suono.
Inutile dire che il tipo di suono generato, pur avendo colori affascinanti, non può avere la stabilità di un suono reale.
Ogni combinazione produce intervalli diversi.
L’aria deve essere più lenta e diffusa rispetto al suono normale e la sua direzione è fondamentale: i micro cambiamenti fanno collassare il suono base e fanno nascere il suono multiplo.
È indispensabile una tabella di suoni multifonici (es. Robert Dick, Pierre-Yves Artaud).
E’ usata da vari compositori quali Luciano Berio, Brian Ferneyhough, Kaija Saariaho…
I suoni multifonici sono spesso indicati con due note sovrapposte, diagrammi di diteggiatura e/o indicazioni testuali .
Se vuoi lavorare seriamente sui Suoni Multipli, esistono una serie di testi da cui poter trarre maggiori delucidazioni.
Questo articolo non vuole essere un trattato di tecniche estese ma vuole seminare il germe della curiosità nel giovane flautista poichè solo attraverso essa gli orizzonti si potranno ampliare e cambiare il nostro punto di vista. Solo grazie alla curiosità il flautista potrà conoscere nuovi mondi espressivi.
Vi invito a leggere il mio ultimo articolo di cui vi lascio il link https://flutealmanac.com/biomusic-and-flute-mirella-pantano/ e gli altri che troverete in https://thebabelflute.com/tag/mirella-pantano/
Mirella Pantano
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Mirella Pantano è una flautista di respiro internazionale, attiva come solista, docente e promotrice della cultura flautistica in Italia e all’estero. Interprete dallo stile raffinato e personale, spazia dal repertorio barocco alla musica contemporanea, includendo progetti crossover tra classica, jazz, world music e teatro musicale.
Si è esibita in numerose città europee e negli Stati Uniti, tra cui Parigi, Miami, Barcellona, Valencia e Bruxelles, collaborando con artisti di primo piano quali Ennio Morricone, Dan Moretti, Garrison Fewell, Vince Tempera, Roberto Pregadio, Amii Stewart, Albano Carrisi e Michael Bolton. Le sue apparizioni su Rai, Mediaset e Rai International hanno contribuito a portare il flauto in contesti non convenzionali.
Parallelamente all’attività concertistica, svolge un’intensa attività didattica e di ricerca. È fondatrice e direttrice artistica dell’Accademia Nazionale Flautistica Italiana e dirige la Flute Academy Orchestra. Tiene masterclass in Italia e all’estero dedicate alla tecnica avanzata del flauto (flauto in Do, ottavino e flauto basso), alla pratica orchestrale e all’uso di flauti etnici.
La sua ricerca pedagogica integra musica, corpo e consapevolezza, con particolare attenzione alla relazione mente-corpo-strumento, temi approfonditi anche nei suoi articoli per The Babel Flute International. La sua discografia comprende produzioni crossover, musica contemporanea e uno dei rari album interamente dedicati al flauto basso, oltre a progetti didattici e musicali per l’infanzia. Collabora inoltre con il teatro musicale come flautista, arrangiatrice e curatrice di adattamenti sonori.

