Nell’ambiente della musica classica la parola “gratis” è una sorta di bestemmia laica: un suono stonato che gela l’aria più di un accordo sbagliato in orchestra. Non è una parola neutra, né innocente. È una parola carica, ideologica, che rivela un rapporto irrisolto – e spesso rimosso – tra arte, lavoro e valore.
“Gratis” viene pronunciata con sorprendente naturalezza da chi guarda alla musica come ornamento sociale, come sfondo elegante per eventi istituzionali, come qualcosa che “fa cultura” ma non vive di lavoro. In questo contesto assume una forma quasi abominevole, perché nega implicitamente il tempo, lo studio, il corpo e la vita del musicista. Cancella anni di conservatorio, perfezionamenti, concorsi, frustrazioni e sacrifici con un gesto di mano, riducendo tutto a una frase tanto semplice quanto violenta: tanto suoni.
Scene ordinarie di una parola tossica
Gli esempi sono fin troppo comuni.
Un giovane quartetto d’archi viene invitato a suonare per l’inaugurazione di una mostra:
“Purtroppo non c’è budget, ma sarà un pubblico selezionato”.
Pubblico selezionato che sorseggia vino offerto, in una sala affittata a caro prezzo, davanti a musicisti che hanno pagato il treno e provato per settimane.
Un flautista viene chiamato per un recital “culturale” patrocinato da un ente pubblico:
“Non possiamo pagare, ma rilasciamo un attestato”.
Come se un attestato potesse coprire l’affitto o sostituire una giornata di lavoro persa.
Un’orchestra giovanile viene invitata a “collaborare” a titolo gratuito con un solista affermato, perché “per voi è formativo”.
La formazione, ancora una volta, diventa la moneta con cui si compra lavoro non retribuito.
La retorica dell’alibi
Nel mondo della musica classica, “gratis” si accompagna quasi sempre a una retorica rassicurante e apparentemente nobile:
È un’occasione di visibilità
È per l’arte
È per passione
Ai miei tempi si faceva così
Come se la passione non fosse già il carburante quotidiano di chi passa ore a ripetere lo stesso passaggio, a domare il respiro, a limare un suono che l’ascoltatore spesso dà per scontato. Qui “gratis” diventa un dispositivo di colpa: se chiedi di essere pagato, sembri meno puro, meno votato, quasi meno artista.
È una logica perversa: più ami ciò che fai, meno dovresti pretendere che ti venga riconosciuto. Una logica che raramente viene applicata ad altre professioni culturali con lo stesso accanimento.
La gratuità a senso unico
C’è poi una crudeltà sottile, ma sistemica. Nella musica classica il “gratis” è quasi sempre rivolto solo agli esecutori.
Nessuno chiede:
al fonico di lavorare per passione
al grafico di stampare programmi “per l’arte”
al noleggiatore del pianoforte di rinunciare al compenso
al catering di offrire il buffet “per visibilità”
Il violinista può suonare per nulla, ma il catering no.
Questo dettaglio, apparentemente marginale, è in realtà rivelatore: non è l’arte a essere considerata gratuita, bensì il corpo del musicista a essere svalutato. Il suo tempo, la sua salute fisica, la sua preparazione diventano invisibili. Restano solo le note, come se si producessero spontaneamente, senza fatica, senza costo.
Il mito dell’artista-sacerdote
Pronunciata in questo ambiente, la parola “gratis” suona come una nota falsa in un sistema già fragile. È il residuo di un’idea ottocentesca dell’artista-sacerdote: figura votata al sacrificio, alla rinuncia, alla missione. Un’idea romantica, ma profondamente pericolosa, che ancora oggi viene utilizzata per giustificare cachet indegni, mancanza di tutele e precarietà cronica.
Nel presente, però, questo mito non regge più. Cade su una categoria sempre più iperformata, costretta a standard altissimi, ma economicamente fragile e spesso isolata. Il sacrificio non è più eccezione: è diventato sistema.
Dono o sottrazione?
Per questo “gratis” è una parola abominevole.
Non perché l’arte non possa essere donata.
Ma perché il dono non può essere preteso.
Il dono è una scelta libera, consapevole, reversibile. La pretesa di gratuità, invece, è una sottrazione: di dignità, di valore, di futuro. E una musica che nasce da una sottrazione sistematica rischia, prima o poi, di perdere anche ciò che la rende viva: la possibilità di essere scelta, non imposta; condivisa, non sfruttata.
Forse è tempo di dirlo chiaramente:
quando la musica classica diventa “gratis” per abitudine,
il prezzo lo paga non solo il musicista, ma la musica stessa.
Marco Gaudino
Flauto e scienza | Suono Pensando di Marco Gaudino
Flautista e ricercatore napoletano, docente di flauto MIUR.
Accanto alla carriera concertistica e didattica, ha intrapreso studi sul comportamento e il ruolo delle corde vocali nelle tecniche flautistiche e degli strumenti a fiato, supportato da diversi foniatri italiani. Può essere considerato tra i primi ricercatori musicali in Italia.
Autore di saggi e trattati sull’argomento: “Nuova ipotesi sulla produzione del suono nel flauto traverso” pubblicato nel 1991 da Flavio Pagano e nel 2019 da Lulu, “Suono Pensando” ed. Lulu. Tiene seminari in vari conservatori e facoltà di musica in Italia e all’estero. È autore di un software per l’insegnamento del flauto e di un dispositivo che ottimizza la qualità del suono del flauto.
Docente di flauto presso il Liceo Musicale F. Severi di Castellammare di Stabia (NA), è alla ricerca di un’istituzione AFAM italiana che possa ospitare la sua ricerca nei nuovi dottorati italiani, al fine di darle un significato istituzionale e pienamente scientifico.

